Disagio adolescenziale e disagio genitoriale

Gilberto Gobbi

La violenza, nelle sue varie manifestazioni, è sempre una forma d’esercizio del dominio/potere attraverso l’uso della forza (fisica, psicologica, economica, politica…) e implica l’esistenza del “sopra” e del “sotto”, reali o simbolici, che assumono, di norma, forma di ruoli complementari: padre/madre-figlio, uomo/donna, insegnante/alunno, giovane/vecchio, ecc.
Il significato “restrittivo” di violenza focalizza l’attenzione sulle “condotte violente”, cioè sulle azioni individuali. In tale ambito l’uso della forza diviene un metodo per risolvere conflitti interpersonali con l’obiettivo di piegare la volontà altrui, di annullare la sua realtà come “altro-da-sé”.
La violenza comporta la ricerca di eliminare gli ostacoli, che si oppongono all’esercizio sfrenato della propria volontà (potere), mediante il controllo della relazione, ottenuto con l’uso della forza.
La violenza nell’ambito familiare, intesa come uso della forza per risolvere conflitti interpersonali, è possibile in un contesto di squilibrio, permanente o momentaneo, del clima relazionale. A tutti sono noti i fatti delle violenze di figli, adolescenti e giovani, sui genitori; fatti, che si stanno moltiplicando, divenendo “fatti di cronaca”. Di fronte alla violenza intrafamiliare, manifesta o nascosta, vi è un interrogativo, che percorre i mezzi di comunicazione e che è oggetto di discussione in vari “salotti”: che cosa sta succedendo?
Ognuno ha una sua interpretazione, una risposta e vagamente una proposta. La loro analisi ci porterebbe molto lontano, in una navigazione tra le sabbie mobili delle molteplici idee – ideologie- sull’educazione, sulla società complessa, su “una volta non era così”, sulla famiglia che “non sa più educare”, sulla necessità dell’intervento delle istituzioni con leggi restrittive, sull’esplosione-vendetta dell’irrazionale a fronte di un eccesso di tecnicismo, sul tramonto dei valori.
Gli adulti  interrogano, ma non s’interroggano sulla loro genitorialità. Parlano dell’instabilità dei giovani, della mancanza di ideali, del loro desiderio di volere tutto e subito, dell’incapacità di sapersi adeguare alle circostanze della vita, del loro vuoto esistenziale, dello “sballo” del sabato sera e non solo, della facilità delle relazioni amorose, dei fallimenti scolastici, del disamore di fronte alla costituzione di una propria famiglia, del disincanto di fronte ai problemi sociali e di una società complessa e disadattante.
Nel contempo, con una visione schizofrenica, si fa del giovanilismo, si esaltano le eventuali loro esigenze come sacrosante, si imitano le loro mode, si prendono come criteri di verità la loro vita e le loro proposte. Si scrivono saggi sociologici, che ne analizzano i comportamenti e che condizionano ulteriormente gli adulti nella loro incapacità di comprensione, nel loro immobilismo e nell’impossibilità d’intervenire, scagliandosi contro la società “complessa”, la scuola, le strutture in dissoluzione e la famiglia incapace di educare.
Il loro disagio viene confermato e quasi benedetto, accettato come una realtà ineluttabile ed ineludibile. Si allargano le braccia come per dire: “E’ così! Che cosa ci possiamo fare?” E si allargano le maglie dell’etica: ognuno diviene referente di se stesso e stabilisce il criterio di comportamento, in base al dogma del relativismo assoluto. Lasciamo di sottolineare la contraddizione, propria di una schizofrenia dominante.
Uno sguardo introspettivo da parte di questi adulti sulla loro condizione, sulle loro crisi di coppia e sul loro disagio genitoriale è molto difficile da fare. Il disagio viene vissuto come realtà incontestabile, che succede a tutte le generazioni, anche se a questa succede con maggiore intensità.
Si cercano giustificazioni nel passato. Una tavoletta d’argilla babilonese risalente al 1000 a.C. suona così: “La gioventù di oggi è corrotta nell’anima, è malvagia, empia, infingarda. Non potrà mai essere ciò che era la gioventù di una volta e non potrà mai conservare la nostra civiltà”. Poi nel 1095 d.C. Pietro l’Eremita ripropone: “Il mondo attraversa un periodo tormentato. La gioventù di oggi non pensa più a niente; pensa solo a se stessa, non ha più rispetto per gli adulti e per i vecchi; i giovani sono intolleranti, senza freno, parlano come se sapessero tutto…”
Il disagio adolescenziale e giovanile non va mascherato né demonizzato, ma affrontato per quello che è, con la sua consistenza. Occorre fare una riflessione sul disagio genitoriale, sulle sue cause e su ciò che va modificato nella gestione della propria genitorialità: interrogarsi su che cosa significhi essere genitori in questa società complessa, comporterebbe, per una volta, mettere tra parentesi la crisi dei propri figli adolescenti e guardare in prospettiva e con coerenza a ciò che andrebbe modificato nella vita degli adulti e quali valori vengono vissuti e quali andrebbero proposti.
“Ho l’impressione che parlare troppo dei figli e dei loro problemi sia diventato un alibi per non affrontare il proprio disagio nella coppia… in modo particolare di essere coppia con figli. Nel frattempo la vita continua, il disagio cresce, e i fallimenti familiari ed educativi aumentano.
Ritengo che sarebbe un vero e fattibile contributo alla soluzione della crisi adolescenziale, che gli adolescenti e i giovani vedano i propri genitori – i grandi – capaci di fare autoriflessione per porre rimedio al proprio disagio.
Gli adolescenti e i giovani hanno urgente bisogno di vedere che i loro genitori si pongono con maggiore ottimismo di fronte ai problemi relazionali di coppia, accettano con senso critico-costruttivo le difficoltà educative nei confronti dei figli, si aprono alla fiducia e al confronto e accettano il trascorrere della vita vivendo nella situazione con coerenza un sistema trascendente di valori, che diano senso e significato alla vita e in particolare a quella relazionale della coppia e della famiglia.


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