Il corpo come identificazione

Gilberto Gobbi

Il nostro corpo non è soltanto il mediatore del nostro pensiero, è la nostra stessa umanità. Esso delinea e circoscrive l’individualità inimitabile di ogni spirito, di ogni viso, la sua singolarità personale. Il profilo di un volto e la forma di una mano; l’espressione d’un sorriso o d’uno sguardo; l’atteggiamento, il temperamento di ognuno, il suo stesso carattere, il suo genio e fascino particolari; l’originalità della sua attività intellettuale, morale, sociale, religiosa, che non si confonde con quella di nessun alto: è stato il corpo a modellare i tratti di tutto ciò, proprio nel cambiamento e nella mobilità di una storia personale.
Il corpo è (abitato dallo) spirito. Col dire che è (abitato da un’) anima, che è vivente e carico di significati, di progetti, di possibilità pratiche; col dire che è “intenzionale”, si sottolinea, ma non abbastanza, che la trascendenza di un giudizio di senso, di valore, di verità lo rende incomprensibilmente eterogeneo a se stesso e, al tempo stesso, sopra-naturale e naturale. Va ricordato che il giudizio di verità e lo stesso pensiero divengono e si sostanzializzano come gestuali: senza il corpo, si dileguerebbero in una vuota astrazione, come fantasmi nel nulla.
Occorre spingersi ancora più oltre nel concreto di questa corporeità, di questo investimento reciproco, corpo-spirito, per così dire di questa reciproca incarnazione, rivelando i segni individuali, le prove palpabili in ciascuno di noi.
Quando si afferma che il corpo conferisce ad ogni persona l’originalità, sia storica e geografica sia psicologica, si pensa chiaramente alla bellezza impareggiabile di una bocca, di un mento, di un gesto. Vi è l’estasi di fronte all’originalità di una statura o di un’andatura,  come anche di fronte all’originalità di un artista: eppure non si pensa abbastanza che la corporeità  situa l’individuo hic et nunc, qui ed ora senza alibi, senza sotterfugi. Così il corpo assume il significato di un vero impegno dello spirito. Costringe l’uomo in una situazione concreta, unica al mondo. E in tale situazione lo obbliga a rivolgersi a sé com’é e come vale: nei suoi rapporti con gli altri uomini, nel lavoro e nel divertimento, nella pace e nella guerra, nella sicurezza e nel pericolo, nella felicità e nella disgrazia, nella giustizia o nell’ingiustizia, nella salute e nella malattia.
Il corpo è ciò che individualizza l’uomo in quanto essere, nella quiete e nelle tempeste. Il segreto  della determinazione e dell’individualizzazione consiste in: continuità, organizzazione, finalità, autonomia, originalità: queste sono le caratteristiche con le quali si definisce e si afferma l’individualità autentica. L’individualità di cui si parla non è fisica e neppure soltanto biologica e psicologica: è un’individualità globale nel senso aristotelico del termine, e soprattutto va sottolineato che essa evoca l’idea di una situazione di responsabilità, di una certa prospettiva di giudizio e di azione. Al momento di decidersi per  un’opzione “nessuno può mettersi al mio posto”.
Parlare di originalità individuale per ciascun individuo non è più sufficiente, poiché l’hic et nunc si esprime in termini di libertà e di responsabilità situate. Anche il tratto psicologico diviene segno di una realtà etica e spirituale. Il corpo mi mette in situazione, mi preclude il generale, l’alibi della generalità. Non è soltanto condizionamento, determinatezza, contingenza, ma un impegno, un posto, questo e non un altro, e non uno qualsiasi.
Il corpo è, diviene l’organo della differenziazione degli impegni e della strutturazione della responsabilità. Il corpo, come struttura lo spazio e il tempo secondo coordinate esistenziali che sono davvero le mie e non di altri – le mie prospettive –,  indica e definisce il mio impegno nell’universo. Esso mi colloca nello spazio e contemporaneamente mette lo spazio dentro di me. “Esso è forza di ogni distinzione: è proprio del gesto creare distinzione; strumento di taglio e di analisi, esso è costruttore di totalità, schematizzante e, al tempo stesso, principio di opposizione” (G. Madinier, Conscience et signification, PUF, Paris 1953).
In ciascuno di noi tutto è orientato, con una destra e una sinistra, poiché siamo corpi, capisaldi, coordinate. Il corpo traccia le coordinate dell’anima e dello spirito, i capisaldi della mia responsabilità. In una parola, il corpo e lo spirito in una persona. Si potrebbe dire che corpo  è il “finito” dell’anima. Delinea i contorni, attualizza l’esistenza, ordina questo con l’esclusione di quest’altro. Il mio corpo mi vieta di dileguarmi, mi obbliga a mostrarmi, anche  nella simulazione e nella menzogna mi costringe a togliere la maschera.
Il corpo è al tempo stesso maschera e segnale. E’ precisamente l’agente dissimulante-rivelante, la maschera e lo specchio, che ci rivela malgrado o, più profondamente, attraverso la nostra stessa simulazione, e grazie ad essa. Ci individua, ci distingue, ci colloca, ci determina con la nudità rivelatrice d’un viso, d’un incedere, di una scrittura, di un gesto appena abbozzato: “E’ proprio lui!”. Non vi è la paura di essere scambiato per un altro. E’ questo il sogno dell’età dell’adolescenza, età della rivolta, dell’auto posizione-opposizione, età per eccellenza del dualismo, che si scopre di fronte al mondo e cerca di evadere dal mondo, età idealistica, età dell’obliquità e dell’ubiquità.
Con gli anni s’impara l’umiltà, si apprende il senso dell’humus, il senso della terra. Il corpo raffigura lo spirito. Non c’è possibilità, quando si ha un corpo, di sparire, di ingannare o di mistificare il prossimo, di utilizzare l’alibi dell’indefinito, perché il corpo ci proietta nella nostra identità. Siamo noi.
Il corpo esprime la materialità dello spirito e la dignità della materia abitata dall’anima, cioè rivestita di significato. Lo spirito è la trascendenza della materia, del corpo. E’ una sfida, una scommessa, un atto di coraggio, un atto di umiltà di fronte all’esistenza.
In pagine particolarmente suggestive Gabriel Marcel ha tentato di chiarire l’inesprimibile rapporto tra il soggetto  e il suo corpo. Io non possiedo il corpo come si dispone di uno strumento; per cui, in un senso, occorre dire che io sono il mio corpo, anche se in un altro senso non posso totalmente identificarmi con esso (Journal métaphysique, Gallimard, Paris 1940).
L’unità strutturale psico-organica, che chiamiamo corpo, si realizza nella nostra esistenza, nei nostri comportamenti, nelle nostre percezioni, in tutto ciò che si esprime, nel gusto di prendere o di mostrare. Il nostro corpo non è una semplice giustapposizione di elementi omogenei, in uno spazio anch’esso omogeneo, ma un’organizzazione che si situa in uno spazio orientato, secondo coordinate, che sono vissute prima di essere obiettivate.
Il corpo è un’unità strutturata in uno spazio vissuto. Ciò non significa che le parti siano solidali e che tra loro esistano “relazioni cordiali”, un “governo” (“il corpo e le membra”, secondo l’allegoria) e persino molto di più di un’intima unione in una “sola carne”, ma ci si trova dinnanzi ad un’unità inesprimibile dell’esistenza in un’unica persona, che l’analisi tenterà di circoscrivere inadeguatamente  con le descrizioni dello schema corporeo, della nozione di percezione e delle nostre molteplici espressioni. L’atteggiamento obiettivante esamina il mio corpo da spettatore e discutendone lo manipola come oggetto e lo tratta da domestico; tale atteggiamento è peggiore di una non-realizzazione, di un errore di prospettiva e somiglia ad un tradimento, ad un rinnegamento: a questo punto l’errore diventa colpa morale. Obiettivare il corpo comporta la reificazione del soggetto.
E’ certo che, già dall’iniziale stadio embrionale, il corpo è potenzialmente orientato e finalizzato. in modo che le parti vi si differenziano le une in funzione delle altre e ciascuna possa  esserci da una fase irreversibile di determinazione. C’è nell’embrione come nell’adulto l’alto e il basso, la destra e la sinistra non simmetriche. Le diverse parti del corpo si “conoscono” reciprocamente e noi abbiamo in noi stessi l’immagine del nostro corpo vissuto, il nostro “schema corporeo”, in modo così poco meditato, così implicito, che quest’immagine soggiacente a tutti i nostri movimenti appare soltanto nelle deficienze del corpo.
Qui si parla di “schema corporeo” solo per ricordare l’unità di un corpo-soggetto. Lo schema corporeo non è soltanto la conoscenza pratica, l’”immagine” o piuttosto lo schema motore dell’unità differenziata e della posizione reciproca delle diverse regioni del corpo – alto, basso, ecc. -: esso diviene anche la conoscenza pratica, l’”immagine” della posizione di queste diverse regioni nei confronti dell’ambiente circostante, anch’esso orientato e significante, diviene “immagine inconscia e conscia di sé”.
Il coordinamento delle nostre sensazioni e dei nostri gesti costituisce un’unica ed identica collocazione, una “esplicazione”, come dice Golstain, di tutto l’individuo con il mondo, a partire dalla quale l’analisi astrarrà tale o tal’altra componente, sensazione visiva, auditiva, funzione di equilibrio.
Lo spazio mentale permette a qualsiasi avvenimento, nel tempo e nello spazio, di farsi integrare nell’unità dell’Io, senza di cui resterebbe estraneo. La schizofrenia ci mostra il danno all’integrità, alla coesione e alla permanenza dello schema corporeo e dell’immagine di sé, inseparabili dallo spazio circostante. L’alienato ha perduto la rappresentazione pratica del suo corpo”, da cui il sorgere del suo delirio di immagini fantastiche: non vi sono più organi, né sesso, né cervello; egli è altro (sdoppiamento) e il mondo non esiste più. Le idee bislacche di nulla e d’immortalità, di contenere l’universo,  significano la perdita sia delle proporzioni che delle relazioni intrinseche ed estrinseche.
Merleau-Ponty ha descritto con molta acutezza, utilizzando l’abbondante materiale di Golstain, questo tipo di coscienza originaria, il cui corpo rappresenta e manifesta la presenza immediata come “essere al mondo”, “mira al mondo”. Con lui, ad esempio, consideriamo il semplice gesto di prendere: “Già all’inizio – nota Merleau-Ponty – il movimento della presa è magicamente al suo termine… In questo gesto è insito un riferimento non solo all’oggetto rappresentato, ma quella cosa presso la quale già siamo in anticipo, che bramiamo… e’ il corpo che ‘afferra’ e ‘comprende’ il movimento (anche nell’abitudine) (…) Siamo invitati a riconoscere – continua lo stesso autore – tra il movimento come processo in terza persona e il pensiero come rappresentazione del movimento, un anticipo o una percezione del risultato assicurata dal corpo stesso come potenza motoria, ‘progetto motorio’; una ‘intenzionalità motoria’ senza di cui la consegna resta lettera morta” (Phenomenologie de la perception, NRF, Paris 1945).
Negli scritti di Merleau-Ponty ritornano costantemente queste espressioni: la presa diretta che orienta in qualche modo il corpo normale verso il mondo, come ‘progetto sul mondo’, ‘potenza di un certo mondo’,  ‘percezione dei significati motori’, cioè una specie di conoscenza intuitiva, non formulata e immediata, dell’orientamento e della regolazione degli atteggiamenti del corpo e dei suoi movimenti in vista d’un fine, in vista d’una azione in seno ad un ambiente. Questa specie di conoscenza, dunque, non emerge e non si lascia percepire nella vita normale, dove tutto avviene naturalmente, senza intoppo: si rivelerà meglio quando sarà assente in certe malattie. “L’unione dell’anima e del corpo – dice eccellentemente Merleau-Ponty – non è suggellata con un decreto arbitrario tra due termini esteriori, ma uno oggetto e l’altro soggetto. Essa avviene in ogni istante nel momento dell’esistenza” (Op. cit).
Il soggetto (l’Io) non è mai interpellato se non indirettamente, tramite l’intermediario delle manifestazioni che lo segnalano e ci guidano verso di lui. “Tutto è segno in cui l’uomo manifesta il suo spirito, senza mai eguagliare l’ispirazione oscura che lo anima  e lo orienta. La direzione è: percepire la presenza invisibile del soggetto dietro i segni che lo manifestano corporalmente” (G. Madinier, op. cit.).
Occorre partire dai segni prodotti, ciò permetterà al soggetto di avere esperienza di sé e di tentare di conoscersi. I segni  non sono dei sostitutivi di una realtà che sta al di fuori di essi, ma strumenti di una attività che non può percepirsi altrimenti se non orientandosi in questo modo. Sia  che io proceda attraverso una meditazione interiore o attraverso una intelligenza dei messaggi esteriori che sono i comportamenti, in ogni caso il soggetto resterà per me una fonte inesauribile, invisibile, inesprimibile, che non posso percepire, e che invece percepisce il mondo e percepisce se stesso come soggetto già oggettivato.
In realtà, nessun metodo, sia esso riflessivo o analitico-strutturale, autorizza a parlare della realtà soggettiva senza snaturarla, o spiegarla nell’oggettivazione da cui si vuole preservarla. Il senso del soggetto è costitutivo del soggetto stesso e nessuna dissertazione potrebbe sostituirlo. Qualsiasi ambizione che pretenda di disvelare la figura dell’Io, sarebbe contraddittoria in se stessa, farebbe dell’Io essenzialmente una figura, che svanisce nell’orizzonte. Il percepirsi è sempre una mediazione, che si innalza e si sprofonda nelle vicinanze dell’Io senza affatto aggiustarsi a lui; e con ciò appare che l’Io è al di là di quello che se ne può dire, sfugge radicalmente a questo dire, appartiene ad un altro ordine: di esso si potrà affermare solo ciò che non è, le sue apparenze.
Non c’è antinomia  tra approccio soggettivo e approccio oggettivo al corpo: un’indagine intelligente, infatti, li utilizza contemporaneamente senza lasciarsi distrarre dall’uno o dall’altro, poiché l’uno serve di antidoto alle seduzioni dell’altro. A colui che si sofferma in una ruminazione poetica e quasi ineffabile dell’Io si ricorda che l’Io dimora nella mediatezza del segno; mentre a colui che pretende di arrivare fin nel soggetto con la punta dissecante dei comportamenti,  si ricorda che egli non ci suggerisce il soggetto se non per allusione.
Il corpo-soggetto si riconosce, dunque, da alcuni segni, ma segni che non ingannano, ed è ciò a cui devono giungere le analisi su menzionate. Il mio corpo è impastato, abitato dall’anima, è animato, è anima; questa non ha bisogno di essergli aggiunta. Allora, quando affermo che il corpo è espressivo, e che mi esprime, non affermo altro, se non la mia soggettività.

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