IL PERCORSO DELL’IDENTITA’ PSICOSESSUALE


 

Gilberto Gobbi

 

Premessa – La formazione dell’identità psicosessuale del figlio, maschio o femmina, è un problema di sviluppo della personalità.
L’identità psicosessuale o di genere, sotto l’aspetto psicologico, è il risultato dell’elaborazione dei processi relazionali con il padre e la madre da parte del bambino, in un contesto più o meno favorevole o problematico a confronto con la realtà sessuale biologica Per esempio, se, per motivi vari, il rapporto con il padre è fallimentare, il bambino avrà difficoltà nell’interiorizzare la propria identità sessuale maschile, mentre se la figura maschile sarà introiettata positivamente, l’identità sarà facilitata e le eventuali difficoltà saranno superate con maggiore facilità. Così, se la bambina, per ragioni differenti, assume un’immagine negativa della madre, potrà in futuro avere problemi sia di personalità che di identità. In tutto questo va tenuto presente l’interazione tra gli aspetti genetici e la dimensione ambientale/relazionale.
In queste pagine viene affrontata particolarmente l’incidenza della dinamica ambientale: interessa vedere l’importanza qualitativa e il contributo delle figure genitoriali, padre e madre, sulla formazione e strutturazione dell’identità psicosessuale del bambino, maschio e femmina.

1 – La prima identificazione – Va tenuto presente che alla nascita, nella fase iniziale di costruzione della propria personalità, i bambini, femmine e maschi, hanno una prima identificazione con la madre, che per loro è la fonte primaria della vita fisica ed psicoaffettiva.
Nelle fasi successive, in particolare durante la prima infanzia, vi sono dei cambiamenti molto significativi, che comportano degli adattamenti molto importanti e delicati per il futuro della crescita. Vi sono dei processi fisici e psichici, che devono avvenire secondo i ritmi e le progressioni previsti dallo sviluppo, altrimenti sarà più difficile attivarli nelle fasi successive. Se prendiamo l’apprendimento del linguaggio, sappiamo che deve avvenire entro i tre anni, perché sarà molto difficile dopo.
Anche l’acquisizione dell’identità psicosessuale segue i suoi tempi e ritmi, oltre i quali sarà più difficile completarla ed avere una ben definita identità.
Gli esperti concordano nell’indicare entro il terzo anno di vita il periodo favorevole al conseguimento e alla presa di coscienza dell’identità psicosessuale da parte del bambino. In particolare hanno riscontrato che il periodo di maggiore recettività sull’identità sessuale sembra essere tra i due anni e mezzo e i tre. Se si chiede ad una bambino che cosa è, di norma, egli risponde, senza esitazione: “Io sono un maschio”, come una bambina risponde: “Io sono una femmina”. In questa formazione e percezione della propria identità psicosessuale, la presenza, positiva o negativa, della madre e del padre è determinante, come si vedrà in seguito.
In questo percorso di formazione della personalità e quindi dell’identità psicosessuale, l’itinerario tra maschi e femmine non è uguale, ma ognuno dei due generi ne ha uno suo ben diversificato.
Prima, però, di passare ad analizzare il differente percorso, chiariamo ciò che si intende per identità e in particolare per identità psicosessuale o di genere.

2 – La ricerca dell’identità psicosessuale – In un precedente libro su I bambini e la sessualità dicevo che tra le mille domande dei bambini vi è anche quella sull’identità sessuale: l’essere maschio o femmina e il sentirsi maschio o femmina. I bambini si pongono queste ed altre domande e a volte chiedono agli adulti perché si è maschio o perché si è femmina. I bambini pongono le domande con una intensità diversa a seconda dell’età e si soffermano in particolare sulla diversità anatomica. Per loro ciò che è evidente è pure reale, ed è ovvio che per loro la connotazione anatomica sia indice di identità psicosessuale, peccato che i grandi siano oggi decisamente confusi e che ciò che era evidente per loro ieri, non lo sappiano più confermare ai loro figli, oggi.
I bambini, nel periodo della loro crescita e della percezione della loro identità psicocorporea, hanno una particolare sensibilità alla identità corporea dei propri compagni e compagne. “I giochi, le prese in giro, le affermazioni esplicite, le allusioni e la ripetizione di epiteti segnalano che nella seconda infanzia il problema è presente. I bambini ridono, si coprono la faccia, canzonano, fanno gesti irrisori, ripetono cattiverie”.
L’identità urge dentro la psiche e il corpo della persona, sin dai primi momenti della vita ed è evidente in particolari fasi dello sviluppo della personalità.
Per una equilibrata formazione della personalità, occorre da parte degli adulti il saper cogliere gli aspetti profondi dell’identità personale e creare un clima psicoaffettivo che favorisca una crescita armonica delle varie dimensioni della personalità, tra cui quella dell’identità sessuale. Sappiamo che lo sviluppo dell’identità comporta un’articolata interazione tra mente e corpo, tra aspetti intrapsichici ed extrapsichici, tra l’individuale e il sociale.
Il feto si sviluppa come maschio o come femmina a partire dal patrimonio genetico e dall’apparato ormonale.
Alla nascita, ora anche prima con l’ecografia, ogni individuo viene identificato come maschio o come femmina, dalla conformazione degli organi sessuali esterni e come tale gli viene attribuito un nome e codificato con un’identità maschile o femminile. L’identità sessuale biologica è legata al fatto di avere un assetto ormonale a prevalenza di testosterone o di estrogeni primari o secondari morfologicamente di tipo maschile o femminile.
Non sono solo i genitali che fanno un uomo o una donna: essi sono la struttura su cui e d cui si parte per costruire l’identità psicosessuale.
Il bambino e la bambina con la nascita entrano a far parte dell’interazione familiare e del contesto sociale, si immergono in un insieme di regole e di comportamenti e si confrontano con le attese familiari e sociali, relative al proprio genere di appartenenza. In ogni gruppo sociale si sono codificati nel tempo dei ruoli, che sono attribuiti a ciascun sesso, a cui ognuno si deve adeguare. In ogni famiglia vi è una percezione particolare sull’identità di ogni membro.
Così, con la nascita inizia il percorso individuale di acquisizione, di strutturazione e di consolidamento dell’identità psicosessuale (identità di genere), che prevede fasi differenti.
Tra i 2 e 3 anni, con l’acquisizione del linguaggio, il bambino maschio parla di sé al maschile o la bambina al femminile. E’ in questa età che il bambino ha la percezione della propria identità sessuale (sesso maschile o femminile) e, pertanto, si identifica o come maschio o come femmina. E’ questo un fenomeno che è davanti agli occhi degli adulti tutti i giorni. E’ un dato di realtà.
Tra i 6 e 7 anni, alla conclusione della fase edipica, vi è un altro periodo in cui i bambini acquisiscono la continuità temporale. Nello stesso tempo la costanza e la permanenza di genere si struttura e il bambino percepisce che è maschio o è femmina e sarà maschio o femmina per sempre.
E’ logico che in tutto questo periodo la relazione psicoaffettiva e il confronto con le figure primarie sono determinanti per processo di acquisizione della propria identità psicosessuale. Detta influenza verrà approfondita nelle pagine successive.
L’altro periodo determinante per l’identità psicosessuale è quello dell’adolescenza, in cui si struttura e si definisce sia l’identità sia l’orientamento sessuale, cioè si raggiunge l’intima convinzione della propria mascolinità o femminilità.

3 – L’attesa – Vi è ancora un altro fenomeno da sottolineare, che è comune sia al maschio che alla femmina: l’attesa prima della nascita.
Il bambino (maschio o femminina) è presente in positivo e/o in negativo nella mente e nell’affettività dei due genitori prima della sua nascita. Viene pensato e verbalizzato un nome. Con l’ecografia la percezione del genere maschile o femminile si concretizza. Dopo di allora il figlio viene pensato e vissuto con questo genere.
Alla nascita è presentato e registrato con il genere, proprio della conformazione corporea e così il bambino acquista la sua visibilità psicosociale, maschile o femminile. Da quel momento ognuno comincia il suo cammino nel mondo interno ed esterno dei vari soggetti e la sua collocazione sociale con la propria identità.
Il linguaggio, in cui è immerso e con cui si confronta, rinforza costantemente la distinzione di base fra soggetti di sesso maschile e di sesso femminile: egli si conferma nella propria identità psicosessuale.
A lui ci si rivolge con la sua identità, maschile o femminile: il nome lo connota, dandogli significato e valore.
Ciò avviene per i maschi e per le femmine.

4 – Che cosa si intende per identità – Per una effettiva comprensione del processo evolutivo e di quando verrà successivamente detto, è fondamentale intendersi sul significato e sul contenuto di identità.
L’identità personale ed ontologica
Ogni individuo è ed ha una sua identità personale. E’ il proprio quid, che comprende tutta la realtà della persona nei suoi vari aspetti. Da questo quid derivano la percezione e la coscienza che la persona ha di sé e della propria esistenza come soggetto umano nel mondo.
L’identità personale è ciò che la persona è, prima ancora di sentirsi e di viversi, con le sue varie e articolate dimensioni.
E’ il nucleo profondo, in cui la persona si riconosce come se stessa, differente da tutte le altre. A questo nucleo profondo appartengono le dinamiche individuali e sociali, soggettive e intersoggettive, i processi consci e inconsci.
E’ l’identità che sta alla radice dell’essere, dell’esistere come persona, in quanto appartenente al genere umano. Come tale è soggetto di diritti, fonte di significati prettamente umani, che la differenziano dagli altri animali, e la accomunano nella parità con tutti gli altri uomini, da cui nello stesso tempo si diversifica nella sua identicità.
L’identità ontologica sta alla radice dell’esistenza, dell’essere persona, dell’essere valore. La persona non si fa, ma si trova, ha solo da riconoscersi, da scoprirsi e partire da questa profonda identità originaria per il proprio cammino di realizzazione. La persona costituisce la radice etica della vita individuale e sociale.
A tale proposito scrivevo che “Il soggetto-persona è valore in sé dal momento della sua genesi e durante tutto il percorso della sua vita, al di là della direzione in cui si può orientare, e della considerazione che in varie epoche la società gli può attribuire. La comprensione di tale identità personale mette in moto tutto l’apparato psichico e valoriale dell’uomo per portare a maturazione il progetto insito nella persona, nel tempo e nello spazio concesso dalla vita. E’ sulle coordinate spazio-tempo che l’uomo vive la sua avventura terrena”.
Identità di genere o psicosessuale
L’identità di genere è la convinzione personale, basilare, di essere un maschio o una femmina, che si costruisce sulla base della identità e della percezione corporea.
Di norma, sin dalla primissima infanzia, il bambino e la bambina riconoscono l’appartenenza all’uno o all’altro sesso e cominciano a identificarsi, differenziando le relative caratteristiche psicologiche dell’uno o dell’altro sesso.
Inizia col sentirsi profondamente femmina o maschio. Il bambino ha la percezione del proprio Sé corporeo già tra i due e tre anni.
Nella stragrande maggioranza dei casi, la percezione comincia con l’identità di sesso (corporea) e diviene completa con l’identità psicosessuale. Si può affermare che per la maggior parte delle persone, se si nasce maschi ci si sente maschi, se si nasce femmina ci si sente femmina.
Vi sono i casi in cui vi è un “errore”, come nel transessuale, per cui il soggetto nasce maschio, ma ha l’identità di genere femminile (si sente e si vive donna) e viceversa per la femmina, per cui vi è un’identità maschile in un corpo di donna.
In sintesi, l’identità di genere fa parte della componente essenziale della costruzione dell’identità individuale. Si riferisce al vissuto di appartenenza ad un genere o ad un altro (maschile o femminile) o in modo ambivalente ad entrambi (bisessualità, in cui l’identificazione non è chiara e determinata, ma oscilla tra il maschile e il femminile).
L’identità di genere o psicosessuale, proprio perché è un percepirsi e un viversi partendo dall’identità di sessuale biologica, si presenta come un’esperienza di percezione sessuata di se stessi a se stessi e agli altri, di appartenere ad un sesso e non ad un altro.
Da tale identità dovrebbe scaturire l’esigenza d’accettazione integrale di sé, del proprio corpo, della propria identificazione, dell’appartenenza al maschile o al femminile.
Vi sono delle tappe attraverso cui si forma l’identità, che costituiscono i processi d’autoidentificazione sessuale, cioè l’intima convinzione della propria mascolinità o femminilità.
Tale processo d’autoidentificazione sfocia o nel maschile o nel femminile.
Anche nella transessualità l’identificazione psicosessuale (il sentirsi e il viversi maschio o femmina) sembra essere molto chiaro, non vi è un terzo sesso, ma solo una persona con un corpo maschile che si connota come femmina, o una persona con un corpo femminile, che si vive come uomo. Con questi presupposti il transessuale non è un omosessuale.

5 – Il percorso dell’identità psicosessuale femminile – Dopo questi necessari chiarimenti sull’identità, sul suo significato e contenuto, passiamo ad analizzare, sempre brevemente, il percorso che il maschietto e la femminuccia fanno psicologico per acquisire la propria identità di genere o psicosessuale. Partiamo dal percorso femminile.
Per ciò che riguarda l’identità femminile, la bambina, attraverso varie fasi, continua a mantenere con la mamma l’identificazione iniziata con la nascita. Anzi, è fondamentale che questa identificazione si radichi profondamente, perché permette la strutturazione della propria identità psicosessuale e quindi della propria femminilità, cioè, lei è femmina come la mamma.
Sappiamo che diverse difficoltà possono interferire sulla crescita affettiva della bambina prima e della ragazza poi. Sono difficoltà che, se non superate, lasciano tracce disfunzionali sul percorso di identificazione e di confronto con la madre-femmina e sul necessario distacco da lei.
Per la bambina, acquisire l’identità significa confrontarsi con gli aspetti positivi e negativi della propria madre, assumere questi elementi come costitutivi della propria personalità, percepire l’immagine positiva femminile del proprio corpo e identificarsi in esso, vivere in positivo la femminilità come costitutiva della propria identità di persona, differenziarsi dalla madre come persona diversa. Tale processo psicologico non è facile né così immediato, ma è un percorso che comprende l’accettazione costante nel tempo dell’ambivalenza delle caratteristiche della madre e l’accettazione della propria ambivalenza.
L’ambivalenza è una delle caratteristiche fondamentali della realtà umana: cioè, avere contemporaneamente la dimensione positiva e quella negativa. Essere limitati e tendere all’infinito, sentire l’attrazione al bene e anche la tensione al male. L’ambivalenza è propria dell’essere umano.
Nel processo di crescita psicologica, l’accettazione o meno dell’ambivalenza generale della realtà umana e di quella specifica individuale, è un fattore determinante della maturità della persona.
Ora, per la bimba la madre, il padre e le varie figure importanti si presentano con due dimensioni, il lato positivo, che gratifica e soddisfa (la parte buona della mamma), e quello negativo, che impedisce, condiziona, pone dei limiti, anche castiga (la parte cattiva della mamma). La madre è costituita dell’uno e dell’altro aspetto, e come tale si presenta ed è percepita dalla bimba, anche se essa è costantemente la ricerca della gratificazione da parte della “mamma buona”.
L’assunzione della realtà e delle dimensioni della madre, positiva e negativa, da parte della bambina è fondamentale per la costruzione della propria personalità, perché nel processo di identificazione lei stessa si deve percepire nelle due dimensioni (positiva e negativa) e accettarle come elementi costanti della vita personale e sociale. Si tratta dell’accettazione dei limiti della madre e quindi dei limiti della realtà circostante. E’ un meccanismo molto sottile, impercettibile, ma reale, che permea la crescita della bambina. Ciò crea i presupposti necessari per l’accettazione dei propri limiti.
In sintesi, l’identificazione con la madre da parte della bambina facilita l’armonizzazione della sua realtà profonda, cioè sviluppa l’individuazione interiore, che diviene parte integrante della realtà personale. Così il vissuto sessuale, il sentirsi psicologicamente femmina, collima con l’identità corporea. Ciò implica la percezione e la maturazione della propria femminilità, in cui il sentire di avere un corpo femminile corrisponde al proprio essere e viversi come corpo femminile.
Così, l’identificazione femminile comporta l’assunzione del proprio corpo sessuato, che apre un percorso di crescita, in cui il vissuto sessuale diviene parte essenziale della maturazione femminile interna e di un’apertura equilibrata verso la realtà maschile esterna, senza contrapposizioni né rivalse.
L’identificazione della figlia con la madre inizia con questa relazione privilegiata tra donne, in cui l’immagine di donna, che viene proiettata dalla madre alla figlia, si confronta, si mescola e a volte si scontra con l’immagine che il padre-uomo proietta della propria donna alla figlia stessa. La bambina si confronta con il comportamento del padre e con l’immagine di donna che le rimanda. La conformità e/o la disconformità di queste immagini giocano un ruolo fondamentale sulla bambina, che sta costruendo la propria identità psicosessuale attraverso il processo identificatorio con la madre e il confronto con il padre.
In questo processo di crescita vi sono degli aspetti vitali da sottolineare.

6 – Aspetti dell’identificazione femminile – Un primo aspetto è relativo alla donna/madre. Innanzitutto vi è l’esigenza che la madre si senta, si percepisca e si viva donna e proietti ai figli che l’essere donna è un valore. Ciò comporta che vi sia una buona identificazione della madre tra la propria identità corpora e quella psicologica. Le eventuali difficoltà, titubanze e insicurezze della madre con se stessa vengono percepite, in particolare, dalla figlia. Il sentirsi e viversi donna da parte della madre proietta sulla figlia un’immagine di sicurezza e di tranquillità, che facilita in lei l’identificazione con la propria identità psicofisica. Altrimenti viene rimandata una immagine confusa e non ben identificabile, che certamente non facilita il lavorio psicologico della figlia.
Vi un altro aspetto importante, spesso viene trascurato, che è connesso alla stessa bambina. Come la donna/mamma ha bisogno di essere riconfermata nella sua identità psicosessuale di donna dal suo uomo, così anche la figlia/donna necessita di essere riconosciuta e confermata nella sua femminilità dal padre. Questo aspetto relazionale richiede che egli, durante l’infanzia e l’adolescenza della figlia, convalidi costantemente, con il suo comportamento, l’importanza dell’identità sessuale femminile attraverso la valorizzazione delle proprie donne (moglie e figlia). Teniamo presente che, nell’ambito psicoaffettivo, il padre per ogni figlia è il primo uomo, come la madre per ogni figlio è la prima donna. E’ una realtà da non sottovalutare, che ha notevoli implicazioni psicologiche sulla formazione della personalità e sulle future relazioni tra i sessi.

Diviene chiaro che l’acquisizione dell’identità femminile è dovuta ad un lento, profondo, impercettibile, concreto processo psicologico di assimilazione ed elaborazione da parte della bambina, stimolato e favorito dall’intersecarsi degli atteggiamenti della madre e del padre circa il valore/disvalore della femminilità e della mascolinità. La bambina vede, sente, percepisce, immagazzina, elabora, reagisce a suo modo all’ambiente circostante e agli stimoli degli adulti.

Da quanto detto si evidenzia che l’identità della bambina procede in via lineare, di madre in figlia, con la presenza e il contributo determinante del padre. Per la bambina non vi sono altri percorsi.
Questo processo di identificazione opera in concomitanza con l’altra dimensione dello sviluppo: l’esigenza di differenziarsi, cioè di percepirsi, sentirsi e viversi differente da sua madre. Identificata con l’originaria identità femminile, si sente differente da tutte le altre persone e contemporaneamente uguale a loro nel valore come persona. In questo percorso di identificazione e di differenziazione, come si diceva, è presente, il padre con la sua conferma o disconferma della femminilità della propria donna e quindi della propria figlia, che è donna.

7 -Il percorso dell’identità psicosessuale maschile – Il cammino del bambino verso la propria identità di genere maschile ha un suo iter particolare, diverso da quello della bambina, analizzato nelle pagini precedenti.
Anche per il bambino maschio, nel primo periodo di vita, l’identificazione primaria di sé è con la madre. Ben presto, però, a mano a mano che cresce, egli volge lo sguardo verso un’altra figura, quella del padre. Con lui, volente o nolente, è costretto a misurarsi e a confrontarsi, se vuole procedere sulla via della realizzazione della sua effettiva identità maschile.
Attraverso il rapporto e il confronto con il padre, il bambino facilita e quindi persegue il processo di identificazione con la sua profonda e originaria identità maschile, fondamentale per lo sviluppo della sua personalità.
Va rilevato che per il maschietto questo percorso non è aggiuntivo rispetto a quello delle femmine, ma è il suo normale cammino di maturazione, esigito dalla sua intrinseca progettualità. Cioè, a lui viene richiesto, dopo un breve inconscio periodo identificatorio con la madre, di far emergere di prendere l’indirizzo, strutturato in sé, verso la mascolinità: deve avvenire l’identificazione tra la fisicità (il suo corpo maschile) e il vissuto psicologico maschile, così da portare a maturazione la propria identità psicosessuale attraverso le varie fasi della vita.
Questo grado di maturazione dipende dal modo con cui il percorso viene fatto. Dovendo trovare il proprio percorso, è comprensibile che i maschietti facciano maggiore fatica della femmine e si capisce, quindi, perché sia più elevata la percentuale di omosessualità maschile rispetto a quella femminile.

8 – L’archetipo paterno – Come si è detto, nella prima fase anche per il maschietto, l’identità dominante, a cui far riferimento, è quella materna. Da essa, però, deve staccarsi per seguire il suo corso naturale, inscritto nel profondo dell’essere, l’identità maschile.
Il bambino sente l’esigenza di separarsi dalla madre, ma vive un profondo conflitto tra il mantenere il legame con lei e la necessità di distaccarsi. Percepisce, a livello corporeo e psicologico, l’esigenza della propria individuazione e sente propria la differenza da lei. In questo percepirsi diverso dalla madre scopre e verifica che assomiglia al padre ed è fisicamente come lui. Diviene ricettivo e aperto alla mascolinità. Freud, a questo proposito, scrive che il bambino “mostrerà un interesse particolare nei confronti del padre: vorrebbe crescere come lui e assomigliargli…”.
Il bimbo percepisce che l’archetipo maschile, incarnato dal padre, gli appartiene e che, anche se in quel periodo non comprende come ciò sia possibile, egli è destinato a diventare come lui. Si sente fortemente attratto dal potere carismatico che emana questa figura e sente nei suoi confronti un’affinità primordiale. E’ la base della dipendenza che il figlio piccolo avverte con il padre, da cui desidera essere accolto e accettato. La sua debole identità in costruzione, riconosciuta e rinforzata, si rispecchia nell’identità del padre, da cui necessita ricevere vigore e conferma. Anche questo è un processo lento e impercettibile, concreto e determinante, che avviene nella psiche del bambino e che lo conferma e consolida nella sua identità originaria.
Nel processo di crescita, il suo bisogno interiore di identità si appella alla mascolinità esteriore e interiore del padre, che accogliendo il figlio e confermandolo nella sua identità in costruzione, collabora con questa meravigliosa e misteriosa tendenza della natura.
Il bambino interiorizza le forze e le vitalità maschili del padre e ciò gli permette di distaccarsi dalla madre e di vivere questo distacco come una sorte di libertà. La madre resterà sempre il rifugio affettivo, il porto della tranquillità, ma l’identificazione con il padre gli permetterà di uscire e fare le esperienze di forza, potenza e normatività incarnate dal padre.
L’uomo/padre ha il dovere, perché fa parte della sua funzione paterna, di affermare la mascolinità del figlio, con affetto e ricettività. Ciò permetterà al bambino di distaccarsi dalla sfera femminile ed entrare in quella maschile, di svolgere la sua identificazione maschile e di viversi eterosessuale.

9 – Fare il padre e fare la madre – Il padre deve voler fare il padre.
E’ logico che, mentre spetta al padre fare il padre, spetta alla madre permettere al padre di poter fare il padre e quindi di svolgere la sua funzione. Anche il padre deve dare il permesso alla madre di poter fare la madre.
Questo darsi il permesso è parte integrante della funzione genitoriale, cioè le due funzioni s’intersecano, si integrano, sono complementari ed essenziali per la crescita armonica dei figli e per l’equilibrio della coppia genitoriale. I due, rispettando le funzioni reciproche, ne permettono l’attuazione, e così si riconfermano reciprocamente nelle differenti identità di genere di fronte al figlio.
Il maschietto, crescendo percepisce e vede che è bello essere maschio come il papà e nel contempo acquisisce che per la sua mamma è bello essere femmina. Vede, riproposte costantemente dai genitori, che le due identità sono differenti e sono parimenti valore. Così anche la bambina percepisce che è bello essere femmina come la mamma, che è riconfermata dal padre e nel contempo conferma il padre nella sua mascolinità.
In tale contesto, lo sviluppo della psicosessualità in senso eterosessuale è un processo vissuto dal bambino e dal ragazzo successivamente come realtà che gli appartiene.

10 – Il processo di separazione dalla madre – Con la nascita la relazione fusionale, che il bambino ha con la madre, si trasforma in un’interdipendenza simbiotica che avvolge i due protagonisti: per quel periodo è una situazione ritenuta normale. La dipendenza fisica e psichica del bambino dalla madre è totale ed ha la funzione di riorganizzare la vita secondo i ritmi e i bisogni dello sviluppo psicologico del bambino stesso, per la sua umanizzazione.
Il legame tra madre e bambino crea una relazione privilegiata, a cui il padre assiste e partecipa, ma con un ruolo tutto suo, oppure può stare a guardare. Ciò, a volte, lo porta a distanziarsi e anche ad allontanarsi, in quanto non percepisce la sua collocazione in questo speciale rapporto duale madre-bambino.

Rappresenta la situazione triangolare del rapporto
bambino-madre-padre nel primo periodo di vita.
Bambino

Relazione
privilegiata
Clima
psicoaffettivo
del nucleo familiare

Madre Padre

E’ evidente che, con la nascita, il bambino instauri con la madre una dipendenza simbiotica. Sappiamo, però, che, per un equilibrato sviluppo del bambino e un ridimensionamento della stessa funzione materna, occorre che la relazione da simbiotica sia destrutturata e reimpostata. Cioè, l’identificazione psicosessuale di sé del maschietto esige la separazione psicologica dalla madre. Quando è protratta, la simbiosi impedisce l’identificazione e si ripercuote sulla varie fasi della vita.

Queste due vite, intrinsecamente legate, condizionano profondamente la dinamica del nucleo familiare, in cui la presenza del padre viene in ogni modo ridimensionata e deve trovare una sua specifica collocazione.
Il ridimensionamento della simbiosi permette al bambino di differenziarsi dalla identità femminile della madre e sviluppare la propria identità maschile. Questo processo di differenziazione richiede al bambino di ottenere un proprio spazio psicologico interno ed esterno. Ciò comporta l’acquisizione di una propria differenziata collocazione psicoaffettiva di fronte alla figura materna, ai suoi pensieri, comportamenti e vissuti.
In questo percorso di differenziazione e di identità, il bambino arriva a percepire ciò che appartiene psicologicamente a se stesso e alla propria identità, lo fa suo e sa distinguerlo da ciò che è degli altri. Nello specifico, sa discernere ciò che è proprio della femminilità materna e vivere quello che è proprio della sua mascolinità. In una prospettiva futura questo processo lo abilita a saper distinguere, nelle varie fasi della vita, se stesso dagli altri ed attribuire a ciascuno le sue caratteristiche.
Come abbiamo visto, il legame privilegiato tra madre e figlio crea nel primo mese un’intimità primitiva fusionale, completa ed esclusiva, che diviene successivamente simbiotica e quindi diversificata. Ora, durante la crescita può capitare che il bambino cerchi di protrarre il rapporto simbiotico oltre il tempo previsto, anzi di mantenere il cordone ombecale attaccato a sé per sempre. Ma, nel contempo, anche la madre può voler continuare questo legame attraverso una serie di strategie ambigue, in cui tiene il figlio incatenato a sé, mentre contemporaneamente lo desidererebbe indipendente. Si instaura una modalità circolare, in cui i due si tengono fortemente legati, mentre ciascuno pensa di ricercare la propria indipendenza. In particolare, la madre ritiene che il figlio sia libero nelle sue scelte, mentre gli è costantemente col fiato sul collo, attivando una protezione visibilmente vischiosa e soffocante, intrisa di ricatti affettivi.

11 – Il padre nella triangolazione – In questa dinamica di separazione e individuazione, vi è spesso la necessità, per il bene del figlio, che il padre intervenga e s’imponga d’interrompere questo legame. Il padre può dimostrare alla madre e al figlio che nella triangolazione vi può essere un rapporto intimo e nel contempo autonomo: essere profondamente legati e indipendenti, interdipendenti e distinti.
Spetta al padre stemperare con la sua delicata e ferma presenza il rapporto simbiotico tra madre e figlio e proporsi al bambino come figura “altra”, a cui fare riferimento sempre più con il passare dei mesi e con cui identificarsi nella sua mascolinità. Nel frattempo egli è di aiuto alla madre, le fa da contenimento, la supporta nelle possibili difficoltà psicologiche legate alla gestione di un bambino piccolo e della casa. Il suo è un ruolo molto delicato e prezioso.
Là dove il padre assume una sua chiara, visibile e esclusiva presenza, la situazione triangolare si ridimensiona. La stessa tenerezza nella coppia è determinante per la ripresa della vita relazionale affettiva della coppia stessa e ricollocare ciascuno nella propria funzione.
Nel processo di crescita, il padre è essere presente con la sua mascolinità per accompagnare il figlio nel suo spostamento dalla sfera femminile alla sua identità maschile.
Come si diceva, ciò che ostacola questo distacco è in particolare l’iperprotezione materna, che diviene un rifugio sicuro per il figlio di fronte alle difficoltà e alle insidie dell’ambiente circostante e alle frustrazioni, dovute anche ad un padre psicologicamente assente o duro. Una madre meno protettiva permette al bambino di essere più disponibile alle frustrazioni, che gli possono derivare da un rapporto insoddisfacente con il padre, specialmente tra i due e i tre anni.
La madre, che opera un’eccessiva protezione del figlio, che ha un rapporto difficile con il padre, e si sente difeso dalla madre nei confronti di un padre “cattivo e persecutorio”, può bloccare o ritardare l’identificazione del bambino con il padre. In effetti, ostacola o frena l’acquisizione dell’identità psicosessuale maschile del bambino, facilitando la sua permanenza nella sfera del femminile, oltre il previsto. Le probabili, successive, conseguenze sono di un possibile orientamento omosessuale.
In sintesi, il padre diviene un ostacolo allo sviluppo della personalità del figlio quando non si assume la responsabilità di essere padre e non lotta per esercitare il suo ruolo.

12 – L’identificazione con il padre – Gli studiosi insistono molto sull’importanza della figura paterna nel processo di separazione del maschietto dalla madre e nell’acquisizione dell’identità maschile. La Mahler, per esempio, accentua l’importanza dell’”abbandono della madre” e insiste su una costante presenza del padre per aiutare i due, madre e figlio, a sciogliere la simbiosi. In tale senso è determinante che il padre si dedichi alla formazione della mascolinità del figlio, il quale, un volta identificatosi nella sfera maschile, è disponibile a identificarsi con gli altri uomini e ad aprirsi alla relazione con il femminile in modo sereno. Questo fa comprendere quanto siano importanti e fondamentali i primi tre anni di vita per l’identificazione psicosessuale e, pertanto, per l’orientamento eterosessuale.
In mancanza del padre, può svolgere una funzione rilevante un uomo che mantenga rapporti affettivi con il bambino, come un nuovo compagno della madre che accetti la presenza del bambino come parte integrante della relazione e che lo aiuti a distaccarsi dalla madre, uno zio, e nelle fasi successive un insegnante maschio, un animatore sportivo, ecc. Il bambino ha bisogno di figure maschili, che siano per lui un modello di comportamento maschile, non in conflitto con il femminile, ma con una posizione di chiara differenziazione e di esplicita valorizzazione dell’eterosessualità, come dimensione decisiva e fondamentale della personalità.

All’inizio della psicoanalisi, l’importanza della figura del padre sullo sviluppo dell’identità psicosessuale non aveva avuto molta attenzione, ma da tempo ormai la valenza emotiva del padre è considerata essenziale per la crescita e lo sviluppo del bambino e in particolare per l’acquisizione della sua identità psicosessuale.
Il bambino imita la figura più significativa e si identifica con essa, plasma la sua identità sul modello che sente più affine a sé. Ora, come è già stato detto, per lui il padre è la figura maschile più significativa nei primi anni di vita, spesso lo è anche negli anni successivi. A lui si conforma e si identifica. Ne interiorizza valori e comportamenti. Può capitare ciò anche nei confronti di uno zio, di un uomo legato affettivamente al nucleo familiare, o anche di un fratello maggiore.
L’identificazione avviene attraverso i comportamenti, tra cui anche le punizioni, ma in particolare, tramite l’affetto, il calore, il coinvolgimento personale, la partecipazione alla vita di gioco e agli interessi del bambino. Le ricerche confermano che la presenza di un padre affettivo facilita l’identificazione maschile, più della presenza di un padre freddo. Per gli adolescenti, per esempio, il riconoscimento delle qualità affettive, gratificanti e anche delle punizioni del padre facilitano una buona ed equilibrata mascolinità.

13 – Alcune cause psicologiche del fallimento dell’identificazione sessuale – E’ stato verificato che le cause psicologiche del fallimento dell’identificazione psicosessuale possono essere molteplici. In sintesi, mi soffermo sulle seguenti: 1) il predominio gratificante della madre, 2) il tipo di presenza del padre, 3) l’assenza del padre.

1. Il predominio gratificante della madre. Rientra nella logica che, là dove la madre oltre che “oggetto di desiderio” è anche la fonte unica di soddisfazione e di gratificazione per il bambino, questi tenda a mantenersi legato a lei e a stringere con lei un patto d’alleanza contro il padre, che cerca di intromettersi tra loro due.
Come si vede siamo nella dinamica della prospettiva della gratificazione e del soddisfacimento dei bisogni, spazio che di norma spetta alla madre, tuttavia il padre non deve essere escluso da tale ambito e anche lui deve essere gratificante, ma non in competizione e in conflitto con la madre. La competizione tra chi dei due è più bravo a soddisfare i bisogni del bambino, danneggia il rapporto tra loro e compromette quello con il figlio. Le conseguenze negative si vedranno nel tempo.
Per un normale sviluppo dell’identificazione del figlio, è fondamentale che ciascun genitore sia gratificante a suo modo e che i due siano interdipendenti sui percorsi e contenuti educativi. Così il bambino sarà facilitato nell’attivare il suo distacco dalla madre, che, come si diceva, resta fonte primaria di affettività e di sicurezza. Il padre, con la sua presenza equilibrata ed affettiva, mentre conferma la madre nella sua identità femminile, nel contempo diviene oggetto di identificazione del figlio.

In questo percorso di costruzione della personalità, il bambino (maschio o femmina) non deve vivere il conflitto di essere costretto a scegliere tra l’uno e l’altro genitore, ma di seguire il suo normale percorso di identificazione maschile o femminile, a cui la madre e il padre contribuiscono con la loro presenza discreta, ma fondamentale. Così confermano la scelta del figlio, rassicurandolo nella possibilità/necessità dell’identificazione maschile o femminile e, nel prendersi cura di lui, testimoniano reciprocamente l’importanza dei due ruoli. Là, invece, dove la madre è dominante e trattiene legato a sé il figlio con una costante gratificazione, tenendo lontano il padre, il maschietto resta nella sfera femminile con cui, suo malgrado, cercherà di identificarsi, in contrasto con la propria intrinseca tensione maschile, e la femmina avrà difficoltà di percepire con chiarezza il valore della propria identità femminile. Là dove il padre rinuncia al proprio ruolo, vi sarà difficoltà sia per il maschio che per la femmina nell’acquisizione di una chiara identità psicosessuale.

2) Il tipo di presenza del padre. Nel cammino di crescita dei figli, occorre la disponibilità del padre a fare il padre nella interezza della sua funzione e del suo ruolo.
La funzione genitoriale paterna è fatta di una presenza fattiva, collaborativa, carica di calore, di accettazione, di disponibilità, di presenza fisica e psicologica. E’ la presenza di un padre carismatico, cioè forte e affettuoso, autorevole e comprensivo, disponibile ed empatico. Si richiede un padre integrato nell’ambiente familiare: ne è un agente attivo che collabora con la moglie a creare quel clima psicoaffettivo, che facilita il percorso di maturità dei vari membri.
Anche il ruolo di padre si realizza in cammino, giorno dopo giorno. Per certi aspetti ogni padre ha da ri-crearsi il proprio ruolo, il suo modo concreto di essere padre. Viene esigito dalla realtà sociale del nostro tempo e dai nostri figli, che meritano il miglior padre possibile.
Non sempre è così: vi sono padri fisicamente presenti, ma psicologicamente assenti, che lasciano il loro spazio vuoto che qualcuno deve colmare. Spesso la madre tenta di riempire il vuoto e lo fa in malo modo, per motivi facilmente comprensibili. Questi padri danneggiano i figli sull’acquisizione della loro identità, perché fanno mancare loro un modello maschile positivo.
Purtroppo vi sono donne che, per come sono fatte, specialmente in queste casi, si assumono i due ruoli, materno e paterno, creando grande confusione in se stesse e nei figli, che non comprendono le reali difficoltà della madre e le disfunzioni che tale situazione può provocare. Si può affermare che, in certi contesti, madre e padre sono molto bravi nel creare guai e inconvenienti all’identità profonda dei figli.
Là, dove il padre non fa il padre, al figlio viene a mancare l’incoraggiamento all’autonomia da parte del padre, proprio nel periodo in cui il bambino è occupato su due fronti: su quello dell’acquisizione della propria autonomia e sul fronte della propria identificazione psicosessuale. Per le bambine è più facile perché seguono la propria linea e si ritrovano nella loro sfera, il femminile, mentre è più complesso il percorso per il maschietto, che deve uscire dalla sfera femminile per entrare nella propria e quindi completare l’identificazione maschile.
Anche il padre può ostacolare l’assunzione dell’autonomia attraverso l’iperprotezione e il coccolamento del figlio, che fatica a identificarsi sessualmente, perché per il maschio l’acquisizione in generale dell’autonomia è strettamente connessa a quella sessuale. Nel maschietto, infatti, vi è una profonda correlazione tra l’autonomia sessuale e quella generale.
Anche un eccessivo autoritarismo è altrettanto dannoso su tutti i fronti, in particolare sulla propria identità.
Il padre presente sta a fianco del bambino, lo incoraggia nei suoi processi di autonomia, lo sostiene nella separazione dalla madre e lo rafforza nell’identificazione maschile o femminile.
Il rapporto con il padre diviene cruciale per la crescita e la maturazione del bambino, in quanto egli rappresenta il “principio di realtà”, la forza, l’indipendenza e il controllo di ciò che lo circonda, del mondo esterno.
Il rapporto con un padre affettivamente presente bilancia i bisogni interiori del bambino con le esigenze e le aspettative esterne.

3. L’assenza del padre. Varie ricerche dimostrano che l’assenza del padre incide sulla strutturazione della personalità, in particolare accentua la dipendenza dalla madre. L’assenza grava, in particolare, sulla carenza di autostima, sulla difficoltà di autoaffermazione e sulla conformazione di un’identità maschile debole. Ne consegue che vi possono essere immaturità generale, difficoltà di adattamento e scarsa identificazione con il padre. Tuttavia, va confermato che i maschi con padre assente hanno la capacità di adattamento e di identificazione eterosessuale.
E’ il luogo di parlare del rifiuto affettivo.
Nell’ambito della relazione padre/figlio, il rifiuto emotivo è una dei peggiori affronti che si possano fare a un bambino, perché con il rifiuto lo si nega nella sua esistenza psicologica, lo si castra nella sua presenza sociale e nella sua esigenza di esserci per qualcuno, in particolare per il padre. Non vi è peggiore situazione esistenziale dell’insignificanza esistenziale.
L’avere un grave rifiuto emotivo da una figura maschile importante come il padre è uno degli ostacoli maggiore alla identificazione. Questo succede sia per i bambini con padre assente sia per quelli con la presenza di un padre rifiutante.
Il rifiuto affettivo genera nel bambino un distacco difensivo dal padre: “Non sei tu che non mi vuoi, sono io che non ti voglio… ed io posso fare ed esistere senza di te”. Se nel frattempo il bambino incontra delle figure maschili significative, sostitutive del padre, ha la possibilità di identificarsi con esse e quindi di attivare la sua mascolinità. Diversamente, in questa inconscia ricerca, l’attrazione omosessuale emerge come uno sforzo compensativo del grande vuoto lasciato dal rifiuto affettivo. E’ la storia di varie persone incontrate nella mia attività psicoterapeutica.

Conclusione
Vi sono ancora tanti aspetti da affrontare in questo cammino di identificazione e di acquisizione della identità psicosessuale. Di certo, l’ambiente familiare e la gestione dei ruoli maschili e femminili sono determinanti nella formazione di tale identità di genere.
Chi lo vuole negare, lo faccia pure. Ritengo, però, che ciò sia dovuto alla deresponsabilizzazione e, ancora una volta, alla codardia di quanti, che per motivazioni le più varie e le più incoerenti tendono a negare le conquiste della scienza: il bimorfismo sessuale non esiste solo per essere funzionale alla procreazione, ma per realizzare l’umano attraverso una dualità originaria in tutti gli ambiti della vita.
Sappiamo che l’identità sessuata è una caratteristica ontologica della persona, indipendentemente dal fatto di essere sposati o dall’avere figli. La persona umana non è uomo e donna in quanto è biologicamente animale, ma perché è persona, come dualità corporea che si esprime in una dualità di codici simbolici. Vi è il maschile e il femminile.
Sono profondamente convinto che, sulla negazione di ciò e sulla omogeneizzazione dei sessi, non si costruisca una pedagogia positiva di formazione della personalità e non si favorisca la crescita di persone consce della propria individualità e identità profonda.
La cultura dominante sembra giocare con l’artificio della autoconvinzione e dell’autoreferenzialità di poter far andare il mondo secondo la propria volontà, sino alla negazione dell’essenza dell’uomo. La castrazione psicologica e sociale delle generazioni passate non è sufficiente, infatti, il masochismo della società odierna, o almeno di una buona parte di essa, arriva alla castrazione della propria identità sessuale.
E’ la negazione dell’uomo e della sua lunga storia di umanizzazione.
L’ideologia fa questo ed altro.
Ma l’uomo, con la forza che proviene da Dio, va oltre l’ideologia.
Attraverso il mio lavoro, mi sono confermato nella convinzione che ogni persona ha delle potenzialità e delle ricchezze interiori che sa utilizzare per affrontare le peggiori avversità, compresa la falsificazione sessuale. (G. Gobbi, Sesso o amore. L’importanza dell’identità psicosessuale, Ed. Fede & Cultura, Verona 2014, pp.72/94).

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