Tecnologia e Transumanesimo

Fabio Ermili

 

La relazione affidatami in questo Convegno si propone di analizzare il fenomeno del Transumanesimo, teoria nata circa 40 anni fa, ma strutturatasi in maniera organica verso la metà degli anni 2000, con particolare riguardo al rapporto fra Transumanesimo e tecnologia.
Tenteremo di analizzare il contenuto della teoria transumanista con un triplice obiettivo:
Caratterizzare in generale la teoria, identificandone i rapporti con le biotecnologie.
Esercitare una lettura critica in chiave antropologica, riflettendo su quali siano le implicazioni in ambito bioetico.
Fornire una valida proposta alternativa sul piano teoretico e pratico.

1. Fondamenti della teoria transumanista

Gli stessi autori di matrice transumanista lo definiscono come un “paradigma culturale, intellettuale e scientifico che afferma il dovere morale di migliorare le capacità fisiche e cognitive della specie umana e di applicare le nuove tecnologie all’uomo perché si possano eliminare aspetti non desiderati e necessari della condizione umana come la sofferenza, la malattia e la disabilità, l’invecchiamento e persino l’essere mortali”.
L’obiettivo di questo paradigma è arrivare, quale tappa intermedia, a una sorta di specie transumana con migliori e più ampie capacità fisiche, psichiche e cognitive fino a giungere, come obiettivo ultimo, a un «postumano», una sorta di essere non più umano e superiore a questo, che avrebbe caratteristiche totalmente peculiari: un’aspettativa di vita superiore, capacità cognitive ampiamente superiori al massimo possibile all’uomo attuale, controllo delle afferenze sensoriali con conseguente capacità di modulare la fatica, il dolore, la fame e la sete, assenza di sofferenza psicologica, ma soprattutto che potrebbe violare le estreme «colonne d’Ercole» della biologia, ovvero i confini della morte.
Il postumano diverrebbe così qualcosa di più perfetto dell’umano e del transumano.
La manipolazione delle capacità fisiche dell’uomo e la creazione dell’uomo artificiale sono da sempre due temi affrontati nei dibattiti, nella mitologia, nell’alchimia, nella letteratura e in tempi più recenti nella filmografia, esempio tra tutti il sogno prometeico di creare artificialmente la vita umana del Frankenstein di Mary Shelley.
Proprio in relazione ai desideri e alle speranze della specie umana, in questo percorso ideologico, culturale ma anche pragmatico dall’umano al postumano, si colloca il rapporto con la tecnologia, che sarà riferimento costante della presente relazione.
Una breve analisi preliminare del percorso storico che conduce al Transumanesimo: l’idea del creare e del mutare da sempre è parte integrante dell’uomo, pensiamo al mito di Pigmalione e Galatea, ma ancor più alla tradizione Yddish del Golem, creatura artificiale nata dalla fantasia di Rabbi Low nella Praga del ‘500, plasmata dalla creta per sostituire l’uomo nei lavori pesanti, ma che all’uomo creatore si ribella … espressione chiara della attrazione e del timore dell’uomo nei confronti delle sue stesse scoperte.
Pensiamo ancora all’opera dello scrittore praghese Ĉapek sul robot, creatura meccanica che svolge lavori pesanti, in lingua ceca “roboat”, o anche alla complessa realtà del mondo futuro immaginata da Fritz Lang nel suo film Metropolis del 1927, traducendo in pellicola il romanzo di sua moglie, Thea Von Harbou.
In contrapposizione all’idea di umano intesa come assemblaggio di parti meccaniche, negli ultimi decenni si è andato affermando un nuovo paradigma concettuale, che vede una modificazione dello stesso statuto ontologico ed antropologico dell’uomo.
Pensiamo allo sviluppo di tutte quelle teorie matematiche nate tra la fine degli anni ‘40 e gli anni ‘80 che, a partire dai lavori di Claude Shannon del 1949, attraverso le teorie di Babbage e Turing, conducono a Mc Luhan con le teorie relative allo sviluppo dell’intelligenza artificiale e alle reti di comunicazione interdipendente.
Se i prodromi teoretici del postumanesimo risalgono al 1949, l’idea del postumano inizia a prendere corpo con le opere di Hans Moravec, nel 1988.
Il termine trans-human (dall’inglese «transitional human») viene coniato per la prima volta dal biologo Julian Huxley nel 1957 per indicare un’umanità in grado di trascendere se stessa e realizzare nuove potenzialità umane senza perdere la propria costitutiva umanità; il termine transumano, tuttavia, viene ampliato da Fereidoun Esfandiary nel 1966 e successivamente sistematizzato nel 1989 nel suo classico “are you a transhuman?”.
Un aspetto simile al Transumanesimo è lo «estropianesimo», nato nel 1998 in California da Max More e Tom Morrow sotto forma dell’Extropy Institute. Si tratta di una corrente del Transumanesimo che pone maggiore enfasi sull’individualismo e sull’ideologia liberista e libertaria. Il termine Estropico fa riferimento al concetto termodinamico della estropia (sinonimi: neghentropia o sintropia) intesa come “ordine termodinamico” in opposizione al concetto di entropia, intesa come tensione di un sistema al massimo disordine, in accordo con la seconda legge della termodinamica. Quindi il fine dell’estropianesimo è opporsi al degrado della materia e dell’energia, che tende al suo livello energetico minore fino alla morte, intesa come stato di massimo disordine di un sistema biologico.
Il filosofo svedese Nick Bostrom, uno dei massimi teorici del Transumanesimo, fondatore dell’Istituto per il Futuro dell’Umanità dell’Università di Oxford e presidente dell’Associazione mondiale dei transumanisti, afferma che si tratta di un nuovo paradigma sul futuro dell’uomo che riunisce uomini di cultura provenienti dai vari ambiti del sapere umano, accomunati dal medesimo obiettivo: alterare, migliorare e prolungare la natura umana. Gli scienziati coinvolti appartengono a diverse aree culturali, la matematica, l’ingegneria applicata alle scienze biologiche, ricercatori di biotecnologie applicate, esperti di Intelligenza Artificiale e di nanotecnologie, medici e soprattutto esperti dei vari ambiti della neurologia, ma anche filosofi, letterati, politici.
La missione transumanista è di utilizzare eticamente la tecnologia per espandere le capacità umane, per avere menti migliori, corpi migliori e vite migliori, in pratica un’eudemonistica tesa a massimizzare la felicità.
È ovvio che i fini stessi di questo paradigma: alterare, migliorare e prolungare, pongono importanti quesiti di natura etica e proprio in questo senso si colloca la mia relazione nell’odierna giornata di studio. Transumanesimo, tecnologia e bioetica: quale filo logico li lega?
Le radici storiche e scientifiche di questo paradigma si trovano fondamentalmente nella rivoluzione scientifica e nella visione materialista-meccanicista dell’uomo derivata dall’empirismo anglosassone (Locke, Hume) e anche sulla successiva concezione dell’uomo-macchina. Proprio a partire da questi presupposti, il Transumanesimo ripone una fiducia smisurata nella scienza e una certezza totale nel darwinismo evoluzionista e materialista.
In un noto articolo di Bostrom sulla storia del Transumanesimo, egli ne analizza il percorso storico e quali siano stati gli Autori e le correnti fondamentali nell’originare questo nuovo paradigma: in epoca contemporanea le teorie sull’Intelligenza artificiale, il funzionalismo neurobiologista, la nuova concezione dell’uomo e del suo cervello e la linea filosofica legata ai futuristi degli anni ‘70 in America, senza omettere teorie futuristiche di modesta consistenza scientifica, tra le quali la criogenetica, che sostiene l’opportunità di preservare a bassa temperatura i corpi umani in previsione di future tecniche di rianimazione. Non a caso le spoglie mortali di Fereidoun Esfandiary riposano in un’istituzione statunitense, ibernate dal 1996 in attesa di tempi migliori.
Nella grande maggioranza dei casi siamo alla presenza di autori materialisti e riduzionisti nella visione dell’uomo, per lo più atei, che sostengono una differenza funzionale e quantitativa, non qualitativa, dell’uomo rispetto ad altre specie viventi.
Il Transumanesimo è una teoria, ma una volta enunciati quali siano gli obiettivi speculativi fondamentali di questa teoria, vediamo ora come si realizzerebbe nella pratica l’ideale transumanista.
Progetto eugenetico: attraverso l’eugenetica embrionale prenatale, la selezione degli embrioni migliori, l’eliminazione non soltanto di quelli malati e/o non-perfetti, ma anche degli embrioni portatori di malattie a trasmissione genetica, attraverso l’eliminazione delle malformazioni congenite mediante l’aborto cosiddetto terapeutico degli embrioni/feti malati. In tal modo si arriverebbe alla progressiva eliminazione delle malattie a trasmissione genetica.
Miglioramento della qualità e dell’aspettativa di vita attraverso l’uso di terapie geniche e biotecnologie che permettano di correggere difetti genici o di bloccare l’invecchiamento cellulare. Se da un lato sono in corso interessanti esperienze per la correzione in-vivo di anomalie genetiche, per contro al momento ciò non è possibile e probabilmente resterà utopico fermare i processi cellulari di apoptosi che accompagnano il tempo.
Biotecnologia molecolare applicata al cervello, mediante l’introduzione di microchip in diverse parti del cervello per attivare o potenziare alcune capacità, cose in parte già realizzate per quanto riguarda la vista e l’udito.
Utilizzo di biotecnologie finalizzate a potenziare la capacità di resistenza, la respirazione, la funzione cardiaca, il battito cardiaco, la capacità di determinati organi, sviluppando parti del corpo umano bioniche più resistenti.
Sviluppo della psicofarmacologia, mediante:
l’impiego di farmaci per ottenere il controllo del benessere emozionale, ad esempio l’utilizzo di antidepressivi che agiscano attraverso la riduzione dell’impatto psicoaffettivo di determinate esperienze;
farmaci deputati al controllo dei neurotrasmettitori, con conseguente controllo della sfera affettiva e della volontà;
introduzione nella pratica clinica e nel quotidiano di pillole della personalità, una categoria di psicofarmaci di recente sviluppo, che possano modificare la personalità al fine di superare limiti come la timidezza oppure che in maniera diversa possano incrementare la capacità creativa o emozionale. Tutti noi sappiamo quanto, di fronte ad eventi difficili e soprattutto durante eventi bellici, sia importante un determinato status psicologico. Questo ha molteplici aspetti, dai riti propiziatori (pensiamo alla «haka» dei guerrieri maori) fino all’uso di sostanze che alterano lo stato di coscienza, slatentizzando gli istinti bellicosi. Scopo ultimo è modificare la percezione del pericolo, del dolore, della stanchezza e finanche la rilevanza morale di ciò che viene compiuto: tutti conoscono quanto accaduto durante la Prima guerra mondiale, con l’uso dell’alcool prima di assalti, oppure l’uso di anfetamine durante la guerra del Vietnam.
Diffusione della cosiddetta «crionica», ovvero la crioconservazione e la rianimazione di pazienti in sospensione criogenica.
Sviluppo della cosiddetta «Mind Uploading», un campo dagli inquietanti risvolti etici: si tratta di una «esistenza postbiologica» realizzata attraverso l’effettuazione di uno scan della matrice sinaptica dell’individuo, riprodotta successivamente su un computer o substrato informatico, in modo da permettere la migrazione delle informazioni da un corpo biologico verso un substrato puramente digitale. Questo sarebbe reso possibile assumendo come presupposto che l’attività funzionale di pensiero possa essere ridotta a pure connessioni neuronali: un interessante esempio è, per i cinefili, il film Matrix.
Creazione di macchine iperintelligenti, che siano frutto della combinazione tra la parte artificiale e la parte organica, i cosiddetti Cyborg, Cybernetic organism, una fantasiosa creatura in parte organica ed in parte meccanica. Anche questo è stato ampiamente trasposto nella cinematografia, se pensiamo a Robocop e a Terminator.
A fronte di un postulato transumanista, in parte già tradotto in pratica attraverso la manipolazione genetica e la selezione genetica prenatale, si pongono numerose domande, alla maggior parte delle quali gli stessi transumanisti non hanno ancora fornito risposte esaurienti.
La prima domanda che dobbiamo porci è se questa teoria transumanista è realmente pericolosa o è il frutto delle fantasie di un ristretto gruppo di appassionati di fantascienza.
Cercheremo brevemente di enunciare ed analizzare i principali quesiti, evidenziando i punti critici posti da questa teoria e cercando al contempo di comprendere se esiste una proposta valida in contrapposizione alla teoria transumanista.
Francis Fukuyama, autore di “L’uomo oltre l’uomo”, ha definito il Transumanesimo come una delle idee più pericolose del mondo e su questo punto ci sarebbe molto da discutere.
Se da un lato appare poco verosimile che il pericolo sia così grande, perché ci sono elementi di criticità dal punto di vista filosofico, ma soprattutto perché determinati scenari futuristici sono ben lontani almeno in gran parte dalla realizzabilità tecnica, dall’altra parte un elemento di reale pericolosità sussiste perché questa teoria tende ad alterare la natura umana attraverso l’alterazione del concetto di uguaglianza che è alla base di qualsiasi società democratica.
Un secondo punto di pericolosità nasce, a mio parere, dalla sottile ed occulta penetrazione mediatica di queste idee, che vengono spogliate della loro intrinseca nocività e presentate come elementi facilmente applicabili ed assimilabili. In questo senso non vorrei entrare nell’ambito già affrontato dal prof. Tambone, ma un accenno è doveroso a tutto quel capitolo della medicina che oggi viene definito medicina dei desideri: l’ipertrofia della medicina estetica, il crescente desiderio di modificare l’immagine di sé a proprio piacimento, la riproduzione medicalmente assistita che, da metodo per curare la sterilità, diviene metodo alternativo per procreare secondo il desiderio del singolo individuo e così via.
Anche Jürgen Habermas ha espresso critiche verso questa teoria, che limiterebbe in maniera sostanziale la possibilità di autonomia morale dell’individuo umano, rendendola sottomessa a interessi politici, sociali, economici e di altro genere.
Il limite filosofico del Transumanesimo sta soprattutto nel fatto che principi teorici, antropologici ed etici discutibili sono assunti come se fossero dei dogmi, senza mettere in questione il loro stesso fondamento: molte volte punti di criticità non vengono affrontati perché non sono focalizzati come tali. In assenza di un’analisi critica dei fondamenti, la tradizione empirista viene assunta come unica valida senza il minimo giudizio critico a riguardo.

2. Analisi critica dei presupposti antropologici-base della teoria transumanista

Ci soffermeremo su tre aspetti che consideriamo rilevanti e che sono alla base dell’analisi e della critica al Transumanesimo:
il concetto di natura,
il concetto di persona,
il concetto di dignità.

A. Del concetto di natura umana moltissimi sarebbero gli aspetti da analizzare, ma dovremo limitarci ad affrontare soltanto gli aspetti fondamentali che caratterizzano la teoria.
Nell’impianto teoretico del Transumanesimo, che ripropone in maniera materialista la teoria dell’uomo-macchina, senza il minimo accenno metafisico, la natura umana è puramente materiale: l’uomo è materia, muscoli, vene e neuroni.
Un’interessante prospettiva appare nelle teorie neodarwiniste espresse da Richard Dawkins ne “Il gene egoista”, un noto testo del 1976, nel quale l’autore sceglie di cambiare prospettiva, concentrandosi non sul singolo organismo ma osservando la natura dal punto di vista del gene. La conclusione alla quale giunge Dawkins è che noi siamo macchine da sopravvivenza, robot semoventi programmati ciecamente per conservare quelle molecole egoiste che vanno sotto il nome di “geni”. L’uomo risulta in questo modo programmato biologicamente, quasi in una sorta di ανάγχη darwinista modificata.
L’evoluzionismo neurobiologista lungo la storia è stato oggetto di numerose critiche, tra cui vorrei citare quella contemporanea enunciata da Penrose: se un computer è capace solo di un ragionamento algoritmico, per contro il cervello umano è aperto all’improvvisazione, all’inatteso, al caotico e creativo.
Come si spiegherebbe questo nell’umano, se non con l’esistenza di un fattore extramateriale non immanente, non contingente, non condizionato dalla pura determinazione e necessarietà?
Ampliando l’ambito di analisi, se il concetto di natura umana è inteso in modo riduzionistico, ne consegue l’eliminazione dell’idea di natura finalizzata ovvero orientata teleologicamente.
È evidente l’origine empirista di questa teoria, che trova fondamento nella fallacia naturalistica già enunciata da Hume, dall’“is” non è possibile derivare un “ought”, dall’“essere” non si può derivare un “dover essere”.
Se l’essere è concepito come sola materia, è naturale giungere a questa conseguenza ontologica, ma l’essere non è riducibile solamente alla materia. Gli autori di impostazione transumanista non accettano la visione teleologica e la negano a priori, senza argomenti forti.
Negli ultimi anni molto è stato pubblicato sulla critica alla visione finalistica o teleologica, ma sembra che nessuno degli autori di impostazione transumanista abbia un’adeguata conoscenza della metafisica, da Aristotele a Kant, attraverso San Tommaso.

B. Il secondo punto su cui voglio concentrarmi è l’eliminazione del concetto di persona o quanto meno di un concetto di persona basato sulla sostanza, in senso aristotelico.
L’eliminazione del concetto di persona passa attraverso due salti, che in fondo rappresentano il frutto del percorso storico di destrutturazione del concetto di persona.
In primo luogo la deriva dalla persona come sostanza alla persona come coscienza, frutto della soggettività di impostazione moderna. A partire dall’enunciato cartesiano che porta a identificare nella filosofia contemporanea la riduzione della coscienza a funzione, successivamente la funzione viene ridotta a sua volta a neurone, a movimento neuronale: ecco quindi il doppio salto.
Si produce un passo dall’esse all’habere: nella modernità assistiamo a un passaggio dalla coscienza sostanziale alla coscienza operazionale e successivamente
all’identificazione dell’essere con la coscienza: è persona soltanto chi ragiona.
Siamo vicini alle posizioni della scuola di Oxford di cui fa parte Singer e da cui deriverà Bostrom. Entriamo nella sfera del funzionalismo, cioè è persona soltanto colui che dimostra che le sue attività razionali sono in movimento, sono in atto; si tratta quindi di un modo di intendere la coscienza come atto presente, qui e ora, non come facoltà preesistente all’atto concreto.
Ovviamente viene eliminata la sostanza come sostrato che fondamenta l’attività di coscienza: in questo modo, paradossalmente, arriviamo a concludere che possono esistere persone razionali non umane, come i primati ed, estremizzando il ragionamento, che esistono persone-macchine, così come possiamo affermare che non è persona chi non ha attività intellettiva. In sintesi, nel Transumanesimo si produce una scomparsa della persona come entità metafisica sostanziale, quindi con un rango superiore all’animale e all’oggetto e si ha una deriva verso posizioni funzionaliste.

C. Il terzo momento che desidero analizzare è la destrutturazione del concetto di dignità umana come conseguenza inevitabile della perdita della sostanza come fondamento della persona.
Una volta eliminato questo fondamento metafisico che rende la persona diversa dal resto degli altri esseri, non soltanto in grado quantitativo ma qualitativamente sostanziale, si produce un’incapacità a comprendere il concetto di dignità umana inteso come valore intrinseco dell’uomo.
Una volta eliminata la sostanza, sostrato che permane nei cambiamenti, non è possibile parlare di una dignità ontologica o intrinseca alla sostanza. Privata della sostanzialità ontologica, la dignità rischia di divenire un concetto vuoto e questo è un problema che anni fa ha portato a una lunga discussione.
Infatti, in questo modo si riduce la dignità a quantità, a un’entità misurabile quantitativamente, oppure a qualità di vita oppure la dignità risulta limitata alla sfera dell’autonomia estensivamente intesa, come capacità attiva di esercitare decisioni libere. Naturale pensare a Hugo Tristram Engelhardt: chi è in grado di esercitare il contratto morale è persona, lo “straniero morale” no. Perciò ha una vita degna colui che è capace di decidere, di avere atti autonomi, colui che ha qualità di vita, ha una vita degna colui che ha parametri tali per cui posso dire che la sua vita ha una dignità.
L’umano non è più degno o valido del postumano artificiale, ad esempio un cyborg, una supermacchina intelligente o un replicante come nel film Blade Runner: non vi sarebbe più differenza sostanziale, ma entrambi avrebbero una dignità derivante dall’esercizio di funzioni.
In contrapposizione ad una dignità così intesa, vi è un concetto di dignità non data ma intrinseca, qualcosa che la sostanza ha in quanto essere umano, in quanto persona.
Inoltre, una volta enunciati questi tre nuclei, il Transumanesimo pone quesiti che rimangono insoluti.
Risulta una teoria chiusa, in cui non esiste discussione possibile, una sorta di sistema perfetto senza falle: la realtà è che sorgono numerose domande alle quali finora non è stata data risposta e che costituiscono punti di criticità. Ad esempio:

1. L’identificazione tra perfezione fisica e felicità, sulla quale equazione è interessante leggere un articolo di Giuseppe Quaranta facilmente reperibile on-line: in molti scrittori del filone transumanista il concetto chiave non è la felicità (happyness) ma il benessere (well-being). Anche negli scritti di Bostrom all’idea di felicità si va sostituendo l’idea di benessere, evocata per esprimere il “valore” o la “qualità” che ciascun individuo in maniera soggettiva attribuisce alla propria vita. Poiché nella teoria transumanista il contenuto della felicità si incentra esclusivamente sulla perfezione fisica, si giunge alla conclusione che tanto più perfetti geneticamente e quindi fisicamente saremo, tanto più felici saremo. Questa è una ipotesi indimostrata, anzi la dimostrazione empirica derivante dalla vita quotidiana ci porta sovente a concludere il contrario: nella vita di tutti i giorni constatiamo che esistono disabili che manifestano una pienezza di vita molto maggiore di altri che posseggono pienamente tutte le loro funzioni organiche. Non sono persone perfette al 100%, ma chi può dire che qualche persona è perfetta al 100%? In base a cosa? Cos’è la perfezione? Io penso che la perfezione non sia qualcosa di fisico ma qualcosa di morale, la realizzazione della persona. La risposta è: la felicità non consiste soltanto nel benessere fisico, materiale o psicologico; credo siano di pubblico dominio i numerosi casi di disagio tra le persone del cosiddetto bel mondo, affermati attori, cantanti, star dello spettacolo, che terminano la propria esistenza tra suicidio, alcoolismo, abuso di droghe o psicofarmaci.
Felicità e perfezione fisica non sono dati correlati sempre e in tutti i casi.
Gli stessi autori transumanisti esprimono una qualche perplessità, se Andreas Sandberg così si esprime: “esiste un potenziale rischio che lo stato postumano possa essere privo di felicità, soprattutto fino a quando l’umanità o una parte di essa non sarà in grado di assumere il controllo dell’evoluzione, puntandola verso direzioni desiderabili”. E il dubbio forte che rimane è se l’umanità possa realmente assumere il controllo dell’evoluzione, con quali rischi e soprattutto con quali meccanismi di controllo.

2. Inoltre, nel Transumanesimo si postula che la coscienza umana sia una condizione neurobiologica, ma molti studi dimostrano che non è così, che non è vero, né tanto meno è dimostrato che ad ogni atto mentale corrisponda, come correlato, un atto neuronale. Questa correlazione costituisce un postulato ancora non dimostrato né tantomeno è dimostrato che l’attività cerebrale sia soltanto attività neuronale.
3. Un altro presupposto indimostrabile è la validità della immortalità come fondamento: perché dovremmo desiderare di vivere indefinitamente? Io non vorrei vivere indefinitamente. Abbiamo l’obbligo morale di migliorare l’essere umano oppure soltanto di dargli la vita migliore possibile? E qual è il senso del miglioramento? Soltanto qualcosa di biologico o anche di morale? Una riflessione rigorosa potrebbe facilmente dimostrare che è qualcosa di extramateriale.

4. Ci sono tesi diverse sul tema del miglioramento: qual è il confine tra una terapia destinata a curare ed il miglioramento, che non trova alla base un significato terapeutico? Chi stabilisce i limiti e i canoni del miglioramento neurobiologico? Lo stato? I tecnocrati? A quale limite potremo arrivare? Se è vero che saranno eliminati gli embrioni affetti da determinate malattie, la domanda successiva è chi stabilisce questi criteri: il consenso ovvero la pura negoziazione?

5. Quale regolamentazione va posta allo sviluppo delle tecnoscienze e, soprattutto, con quale autorità agisce un organismo di controllo? Ted Strickland, rappresentante dell’Ohio al Senato degli Usa, nel 2001, discutendo la legge sulla clonazione, sostenne l’importanza che la scienza fosse guidata dai suoi principi e non dalla politica, dalla filosofia o dalla teologia. È una opinione che in qualche modo riflette la flessibilità del sistema giuridico statunitense. E dunque il quesito che ci poniamo è il seguente: può una scienza essere riferimento di se stessa? Quali limiti a una scienza che rischia di essere autoreferenziale? La scienza è buona scienza o rischia di divenire cattiva scienza, sottoposta a pressioni di ordine economico, accademico, ideologico? Parallelamente, rimane il problema dell’applicabilità di un controllo sulla scienza, considerando che la globalizzazione potrebbe portare allo spostamento di determinate tecnologie in altre parti del mondo con legislazioni più flessibili. Personalmente penso che l’ipotesi di una scienza incontrollabile sia fallace, dato che ciò che le leggi non possono imporre, la legge del mercato può sancire.

6. Inoltre, in una convivenza tra umani, transumani e postumani, quale spazio esisterà per una reale uguaglianza dei diritti? In un mondo dove si privilegia l’uomo perfetto, non c’è spazio per la limitatezza umana, per la vulnerabilità: infatti lo si elimina prima di nascere. Sono tutte questioni alle quali questi autori non rispondono, ma sulle quali ci sarebbe molto da pensare e ragionare.

Brevemente alcune implicazioni bioetiche di questa teoria:
La più importante, secondo me, è la sistematica eliminazione eugenetica del più debole e del malato, sia a livello embrionale, sia a livello prenatale e la conseguente eliminazione dell’uguaglianza tra esseri umani. Alcuni hanno diritti, alcuni hanno una dignità, alcuni hanno diritto di vivere, i deboli e gli imperfetti no.
La creazione di esseri umani ipoteticamente più perfetti.
Le conseguenze dell’uso delle nanotecnologie, applicate al cervello, tutto quello che è la neurotica e la sua applicazione alle capacità volitive con il condizionamento e le sue conseguenze sulla libertà.
L’assenza totale della dignità come presupposto ontologico dell’uomo e la perdita del valore di un essere umano indipendentemente dalle sue capacità funzionali rispetto ad altri enti.

3. Esiste una valida alternativa sul piano teoretico e pratico al Transumanesimo?

Al di là di qualsiasi ragionamento, dobbiamo pensare che il Transumanesimo è una teoria antiumanista e non un nuovo umanesimo laico come gli autori transumanisti la definiscono.
Se da un lato alcune delle teorie transumaniste sono uscite dalla sfera dell’utopia per tradursi in pratica attraverso i progressi biotecnologici – pensiamo alla diagnostica preimpianto e al conseguente aborto eugenetico – dall’altro lato occorre sottolineare, riprendendo le posizioni di Roberto Marchesini, che la scena del Transumanesimo in questo momento non è dominata tanto dal postumanesimo quanto dall’iperumanesimo, una posizione nella quale la tecnologia va a sostituire la metafisica, assumendo quel ruolo salvifico che era appartenuto alla religione e alla sua visione teleologica.
La struttura concettuale dell’iperumanesimo ha barattato la metafisica, il “Dio morto” di nietzschiana memoria, con la tecnologia, rafforzando lo statuto dell’uomo attraverso una sorta di egoteismo. Il rischio di questa posizione è proprio quella “concezione egotistica del Sé” teorizzata da Marchesini, nella quale l’uomo nuovo “si libera dai fardelli evolutivi che lo legano a uno specifico contesto per orientare liberamente la propria posizione ontologica nel mare delle possibilità offerte dalla tecnologia”. Il rischio forte è lo spostamento da un antropocentrismo autarchico ed eteroreferenziale dell’umanesimo moderno a un antropocentrismo autarchico autoreferenziale su base tecnocratica.
Al contrario, ritengo che sia necessario ritornare a una antropologia metafisica fondata sul concetto di persona, al recupero del concetto di natura metafisicamente intesa e teleologicamente orientata.
Occorre valorizzare la rilevanza della realtà sostanziale, dei concetti di persona e di dignità ontologica fondati sul concetto di sostanza. Questa non è un concetto astratto, un costrutto mentale come alcuni critici del tomismo pretendono di far pensare: eliminando questo concetto, l’uomo si riduce alle sue capacità fisiche, alle sue funzioni. Occorre recuperare il concetto di natura o l’uomo si troverà a pagare il pesante pedaggio di una innovazione che conduce alla spersonalizzazione.
L’asse portante della persona lungo tutta l’età moderna e contemporanea è andato spostandosi verso due poli in apparenza contrari, ma che alla fine, paradossalmente, si sono incontrati: da una parte verso la coscienza, con la res cogitans, l’autonomia, la capacità di coscienza, dall’altra verso l’uomo come materia, res extensa, intesa quest’ultima sia come geni sia come neuroni. Oggi la tecnica, la dimensione tecnico-strumentale, ha spinto questo contrasto fino al punto di rompere l’interezza dell’essere umano: da una parte il corpo, dall’altra l’essere umano, anche se, alla fine, il dualismo cervello-mente, corpo-persona, alla fine si ricompone. L’ipertrofia tecnologica ha portato sempre più a una perdita di senso della persona nella sua completezza, a una riduzione a oggetto e alla conseguente strumentalizzazione di questo oggetto.
L’uomo diviene “uomo frantumato”, come hanno sostenuto alcuni autori, è oblio e dimenticanza della persona nella sua sostanzialità: nella filosofia contemporanea siamo andati incontro a una spersonalizzazione e dimenticanza della persona. L’umanità ha perso lungo la storia della filosofia il volto della mente umana e della persona.
È per questo che occorre riproporre una antropologia metafisica della persona come passo preliminare e necessario per la realizzazione di una giustizia indirizzata alla ricerca di un bene comune: la grandezza dell’uomo, la sua dignità, il suo valore in quanto persona non sono qualcosa di soggettivo, ma un factum, una realtà. È necessario pertanto il ritorno alla realtà, alla persona, alla contemplazione metafisica, superando le apparenze meramente fisiche della sua corporeità.
L’uomo moderno non è più capace di contemplare la dimensione metafisica, anche a causa della grande quantità di pregiudizi contro la tradizione cristiana. In questo hanno contribuito non poco la tecnologia e il progresso tecnologico: l’uomo si affanna a produrre tecnologia che lo aiuti a vivere meglio, spende energie per rinnovarla, per migliorarla costantemente, dimenticando che la techne è soltanto un mezzo per e non un fine in se stesso.
Occorre essere fedeli alla realtà in se stessa e non al valore conferitogli dalla soggettività e dalla coscienza: soltanto con questo sguardo metafisico, che va al di là delle apparenze materiali, possiamo trovare il vero senso della persona.
Il Transumanesimo è un paradigma che non vede questa dimensione, lo iato materialistico che lo sottende gli impedisce questo passo e perciò dimentica ciò che di più importante c’è nella persona. E perciò oggi, di fronte alla progressiva estensione di teorie apparentemente innocenti o filoumane, pericolose non per il futurismo che le caratterizza ma per lo snaturamento del concetto di uomo che le sottende, occorre rivalutare una cultura che sappia cogliere la grandezza, l’infinitezza e la dimensione metafisica dell’uomo, una cultura che permetterà la valorizzazione e non l’eliminazione dell’uomo dalla faccia della terra. Nel panorama bioetico contemporaneo, dove oramai le correnti sono molto varie, dal principialismo all’utilitarismo e al pensiero debole, penso che il personalismo abbia ancora uno spazio importante, che deve essere approfondito e trasmesso nelle aule, nelle scuole, nelle università, che deve essere divulgato attraverso i mezzi di comunicazione e, non ultimo, che deve essere rivendicato con forza nelle aule parlamentari.

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